Genius Loci
Chiudi [X]
La Scuola Medica Salernitana dalle origini alle Costituzioni di Melfi


La tradizione medica salernitana trae la sua origine dal sincretismoinvito culturale generato dal fondersi di elementi del mondo antico, bizantino ed islamico, che caratterizzò il Mezzogiorno d’Italia durante il Medioevo e che diede luogo ad espressioni culturali ed artistiche di respiro internazionale. Salerno, importante centro nel cuore del Mediterraneo e capitale del principato longobardo, occupò in tale contesto un ruolo di assoluta centralità. Antica colonia romana (196 a.C.) e poi castrum bizantino, ebbe un grande sviluppo urbano in epoca longobarda, nell'VIII secolo, allorquando il duca di Benevento Arechi II decise di sfuggire agli attacchi di Carlo Magno trasferendo la sede della sua corte a Salerno. La vantaggiosa collocazione della città, dotata di solide fortificazioni romane, chiusa tra le colline e il mare, in eccezionale posizione strategica al centro delle comunicazioni costiere e interne della Campania, rappresentò, certamente, una garanzia di sicurezza per l’ultimo baluardo della gente longobarda. La città era infatti collocata nel punto in cui passava la via Annia, fondamentale asse viario che attraversava tutto il Principato da Capua fino al Vallo di Diano, dirigendosi poi verso Reggio Calabria.
Non sembrerebbe rilevante, nella scelta di Arechi, la vicinanza del mare, in quanto, come è stato giustamente osservato ( ), Salerno a quell’epoca non era dotata neppure di un porto, d'altra parte il più naturale collegamento con il mare del Principato di Benevento era attraverso Taranto e Bari.
frontespizio
Le fonti ci raccontano di una città particolarmente potente, mirabilmente edificata e fortificata: Inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam ac praecelsam in modum tutissimi castri idem Arichis oper mirifico extruxit quod... Salernum appelabatur" scrive Erchemperto nella Historia Longobardorum. A Salerno, infatti, Arechi II, così come aveva fatto a Benevento, realizzò prestigiose opere di edilizia e fortificazioni e costruì il suo splendido palazzo sul lato occidentale del perimetro urbano verso il mare, con una sontuosa cappella palatina dedicata ai Santi Pietro e Paolo, costruita nel luogo in cui sorgeva un grande edificio termale del I - II secolo, abbandonato e riutilizzato come ecclesia nei secoli successivi.
Divenuta, nell'868, capitale del Principato autonomo longobardo, che sotto Guaimario V comprendeva quasi tutta l'Italia meridionale, Salerno vide crescere sempre più il suo potere e il suo prestigio, al centro di importanti traffici nel Mediterraneo, che la portarono ad entrare in contatto con il mondo arabo e, attraverso i porti pugliesi, con Bisanzio. L’attività che principalmente determinò l’ascesa politica e sociale di Salerno nell’ultimo periodo del dominio longobardo fu, infatti, il commercio; i mercanti salernitani si spinsero fino all’Africa e all’Asia minore per rifornirsi di merci orientali e strinsero intense relazioni con la Sicilia, la Calabria e la Lucania. Il danaro circolava, Salerno possedeva una zecca che emetteva monete ricalcate sui coni bizantini. Il principe Gisulfo II fece anche costruire un porto più adatto allo sviluppo economico della città. invito retro
La cultura salernitana negli anni successivi al Mille assunse connotati che la posero in spiccata evidenza nell’Europa occidentale: ben radicata nella cultura classica, di cui si erano resi custodi e continuatori i Longobardi, si aprì alle influenze bizantine, attraverso i contatti commerciali di Amalfi con Bisanzio e con i monasteri basiliani che sorgevano numerosi nel Principato.
Di particolare significato è la figura di Alfano (1010-1085), monaco benedettino, allievo dell’abate di Montecassino Desiderio, abate a sua volta della abbazia di S. Benedetto, vescovo di Salerno.
Uomo di vasta cultura e di molteplici interessi, poeta, scrittore e autore di testi medici, traduttore di testi greci, divenne abile mediatore nel passaggio della città dalla dominazione longobarda a quella normanna, all’indomani della conquista da parte di Roberto il Guiscardo.
Durante la dominazione normanna, Salerno, pur perdendo la funzione di capitale, conservò un ruolo di primaria importanza e di ineguagliato splendore, restando un importantissimo centro culturale ed artistico. Fiorentissima di traffici con l'Oriente e l'Africa, mediati attraverso la Sicilia ed Amalfi, la città mantenne una posizione di grande prestigio e rilevanza nel cuore del Mediterraneo, aprendosi, oltre che alle influenze culturali islamiche ed orientali, anche a nuove relazioni con la Francia e la Provenza diventando così luogo di transiti e crocevia di culture diverse, sintesi di un sapere che travalicò i confini di una tradizione locale, per divenire cultura europea.
La fortuna della tradizione medica salernitana trae la sua ragion d'essere proprio da questa straordinaria sintesi culturale che favorì lo sviluppo di quell’ars medica che già dal X secolo era divenuta di respiro internazionale.
La leggenda che attribuisce la fondazione della Scuola Medica Salernitana a quattro maestri Helinus, Adela, Pontus e Salernus un ebreo, un arabo, un greco e un salernitano ha proprio il suo significato nella individuazione dei quattro indirizzi culturali che contribuirono alla definizione dell'Ars medica.

Favorita anche in maniera determinante dalla presenza in città di una forte tradizione monastica, la cultura scientifica salernitana deve molto della sua evoluzione al rinnovamento culturale legato al fenomeno del monachesimo benedettino che ebbe a Montecassino il suo centro propulsore e a Salerno la più alta espressione nell'abbazia di S.Benedetto, di cui fu abate Alfano.
Già dal IX secolo era operante in città, oltre all'abbazia di S. Benedetto, anche il convento di S. Massimo, al quale era annesso un ospizio. Nelle infermerie venivano curati e soccorsi guerrieri e pellegrini e si sviluppava la pratica medica. Prendersi cura degli ammalati era un preciso obbligo per i monaci: "Prima di tutto e soprattutto ci si deve prendere cura dei fratelli malati servendoli veramente come Cristo in persona" sanciva infatti la Regola di S. Benedetto che poneva così tra i primi impegni dei monaci quello di assistenza ai malati e di studio dell'arte medica. In ogni monastero, come comanda la Regola, il monaco infirmarius si occupava dell'infermeria, curava gli ammalati e somministrava i medicamenti che venivano sapientemente confezionati con le erbe coltivate nel giardino dei semplici del convento.
Il ruolo dei monasteri fu fondamentale anche per la trasmissione dei testi scientifici. Se pur in assenza di conferme documentarie, appare probabile l’esistenza di uno scriptorium presso l’abbazia di S. Benedetto, in cui sarebbe stato redatto il Chronicon Salernitanum; ma prima del XII secolo non abbiamo documentazione di codici realizzati a Salerno a prescindere dalla presenza di evidenti influenze beneventane nella scrittura e nell'ornamentazione di alcuni manoscritti, come il Passionario di Gariponto conservato nella Zentralbibliotheck di Zurigo (ms.C128) e il testo latino di Dioscoride Iuxta Alphabeti seriem distinctus della Riiksuniversitet di Leida (ms.Vossianus Lat. Q.1) che ne farebbero ipotizzare la realizzazione in un ambito culturale salernitano.
Significativa fu, certamente, la funzione svolta dai conventi nella determinazione della cultura scientifica salernitana, caratterizzata tra l'altro dalla presenza tra i medici di numerosi monaci e chierici: Guarimpoto, Alfano, Costantino, Giovanni Afflacio, Romualdo II Guarna, che costituirono una componente fondamentale della Scuola, nella quale, tuttavia, non va sottovalutato il ruolo delle presenze laiche.
Già nel 1138 fu fondato in città presso la chiesa di S. Giovanni extra Moenia, l'ospedale di S. Biagio, uno dei primi ospedali gestito da laici con un proprio statuto ed un'autonoma amministrazione, in cui la cura degli ammalati era affidata al clero della chiesa dell'Annunziata.
Del resto la determinante presenza laica, accanto alla matrice monastica, è sicuramente attestata anche dalla rilevante presenza di donne. Numerose appaiono infatti citate come autrici di testi medici, il cui interesse scientifico, non esclusivamente attinente a problemi femminili, aveva come interlocutore privilegiato le donne.
Sicuramente il personaggio più noto fu Trotula, donna medico, vissuta nell'XI secolo, ancora non ben definita storicamente, alla quale si attribuisce la compilazione di un trattato sulle malattie delle donne De mulierum passionibus ante et post partum.
Orderico Vitale (1075 – 1143) nella sua Historia ecclesiastica cita una sapientem matronam, esperta nelle arti mediche e , nel narrare di Sighelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, che tenta di avvelenare il figliastro Boemondo per tutelare gli interessi di suo figlio Ruggero Borsa, la descrive come abile nelle arti dei “… salernitani archiatri , inter quos enutrita fuerat…”
Ancora donne salutano Roberto di Normandia mentre sta per lasciare Salerno portando con sé il regimen sanitatis, in una miniatura di un codice contenente il Canone del medico arabo Avicenna, conservato nella biblioteca universitaria di Bologna.

L’ars medica salernitana pone a suo fondamento le teorie umorali ippocratico –galeniche e, riprendendo il concetto di armonia che governa la composizione della materia, proposto già dal VI secolo da Pitagora di Samo e dalla scuola di Crotone, individua nel disequilibrio tra quattro umori il generarsi della malattia. Così come quattro sono gli elementi costitutivi della materia : aria, terra, acqua e fuoco con le rispettive qualità fondamentali, caldo, freddo, secco, umido, anche l’organismo umano è provvisto di quattro entità, gli umori, che ne formano la costituzione strutturale: sangue, flegma, bile gialla e bile nera. Ad ogni umore corrispondono un elemento e delle qualità specifiche: il sangue, caldo e umido è aria; il flegma, freddo e umido, è acqua; la bile gialla, secca e calda, è fuoco; la bile nera, secca e fredda, è terra.
Le terapie adottate per ristabilire l’equilibrio umorale tendono ad eliminare o accrescere le secrezioni tenendo conto dell’età del paziente, della parte del corpo in cui esse si producono, della stagione dell’anno in cui si è verificata la malattia.
L’armonia corporea sta nella “ricerca costante di bilanciare modi di essere e quantità, situazioni del corpo ed età della natura: gli spiriti sono tre. Il primo, il naturale, ha origine dal fegato;il secondo, il vitale, ha origine dal cuore; il terzo, l’animale, ha origine dal cervello…Le età sono quattro: l’adolescenza, la giovinezza, la vecchiaia, la decrepitezza. L’adolescenza è di complessione calda e umida: in essa il corpo cresce e si sviluppa fino ai venticinque/trent’anni. La segue la giovinezza che è calda e secca: mantiene il corpo nella sua compiutezza e senz’alcun indebolimento delle forze: termina sui quarant’anni. Le succede la vecchiaia, fredda e secca, in cui il corpo comincia declinare e a perdere vigore… così l’Isagoge di Ioannizio (XI sec.) fissa i tempi storici della vita degli individui…”
Compito della medicina è quello di ristabilire l’armonia tra questi quattro elementi, attraverso lo studio preciso delle sintomatologie, avvalendosi dell’esame dei polsi, delle urine, del tipo di alterazione febbrile:
“O medico, quando sarai chiamato presso l’ammalato …..osserva il polso, ma non sii tratto in inganno dalle numerose pulsazioni, dovute alla letizia per il tuo arrivo…… aspetta che si sia calmato, fino a cento ascolterai le pulsazioni, perché tu possa comprendere la natura …..Ordina che ti sia portata l’urina…. Guarderai il colore, la sostanza, la quantità e il contenuto ……”
La terapia individuata deve contrastare l’umore in eccesso utilizzando un rimedio di natura opposta tratto dal mondo vegetale, semplice o composto. Erano i semplici vegetali, infatti, alla base di ogni terapia; questi venivano studiati in tutte le loro caratteristiche e classificati nelle loro qualità: caldi, umidi, secchi e freddi
Dalla varia commistione degli umori derivano i cosiddetti temperamenti, ossia il carattere, l’indole, la complessione di ogni persona: il sanguigno, il flammatico, il collerico, il bilioso.
Nel Regimen sanitatis, opera in versi, di grande divulgazione, in cui è racchiusa la summa dei precetti della scuola medica salernitana, raccolta e commentata nel XIII secolo da Arnaldo da Villanova, le caratteristiche dei quattro temperamenti vengono così descritte:
“I sanguigni
sono questi di natura pingui e gioviali, e sempre amano udire nuove parole, provano diletto in Venere e Bacco, nei pranzi e nel ridere, sono ilari e loquaci, di dolci parole. Sono questi versatili in ogni cosa; per qualunque ragione non li muove facilmente l’ira. Il sanguigno è generoso, appassionato, allegro, sorridente, rubicondo, amante del canto, muscoloso, molto audace e benevolo.
I collerici
La collera è l’umore che si riscontra negli impetuosi ed uomini siffatti bramano prevalere su tutti; facilmente imparano, molto mangiano, presto crescono; sono magnanimi, generosi, avidi di onori. Il collerico è ruvido, fallace, irascibile, prodigo, audace, astuto, gracile, magro e di colorito giallo
I flemmatici
Hanno le forze fiacche, sono tarchiati, ma di bassa statura; la flemma li rende pingui e di sangue moderati, non si danno allo studio, ma all’ozio e al sonno, il flemmatico è debole di ingegno, lento nel muoversi, amante della pigrizia e del sonno, sputacchioso, di scarso ingegno, con la faccia grossa, e il colorito bianco.
I malinconici
Resta ora a parlare della nera collera, che rende gli uomini tristi, deboli e poco loquaci; sono questi attivi nello studio e non inclini al sonno; sono costanti nei propositi, giudicano che nulla sia loro sicuro. Il flemmatico è invidioso e triste, cupido e avaro, è fraudolento, timido e di colore terreo.

*************

Delineare la storia e le origini della Scuola Medica Salernitana è tema complesso, molto dibattuto nella storiografia dell’Italia Meridionale, soprattutto a partire dall’ottocento, in quanto molte lacune documentarie ne rendono faticosa la ricostruzione.
Questo aspetto è tanto più vero in quanto parlare di Scuola Medica Salernitana, dalle sue origini e fino alle Costituzioni di Melfi emanate da Federico II nel 1231, significa riferirsi ad un fenomeno culturale e ad un’ampia diffusione dell’esercizio della medicina, ma non ad una scuola intesa come istituzione organizzata con una propria sede, un curriculum definito, uno statuto o un programma di studio.
Non c’è traccia, infatti, della presenza di una istituzione scolastica codificata nelle fonti documentarie che hanno consentito la ricostruzione della città medioevale; nessun riferimento ad essa neppure nel Chronicon Salernitanum, opera di un anonimo monaco della fine del X secolo, fondamentale e preziosa fonte della storia di Salerno.
Numerosi sono, invece, gli echi nella letteratura coeva di una presenza importante di medici illustri, la cui fama andava ben oltre i confini nazionali; “…tum medicinalis tantum florebat in arte…” ricorda Alfano I, vescovo dal 1058 al 1085, nel celebrare la fama di Salerno in un’ode dedicata a Guido, fratello del principe longobardo Gisulfo II; ed ancora Romualdo Guarna, vescovo dal 1153 al 1181, riferendosi al duro assedio posto da Roberto il Guiscardo nel 1076, definisce Salerno “…medicinae artis diu famosam atque precipuam..”
Al di là delle citazioni dei due vescovi salernitani, la presenza a Salerno di una consolidata cultura scientifica è testimoniata già in antiche cronache del X secolo
Così la Historia inventionis ac traslationionis et miracula Sanctae Trophimenae, ( in Acta Sanctorum iul. II,1721, pp.233 – 240) narra di una giovane sposa, Teodonanda, che, ammalatasi gravemente, viene a Salerno, nell’anno 870, per farsi curare dal famoso archiatra Gerolamo, uomo sapiente, che consulta immensa volumina librorum, si forte titulum infirmitatis huius per lectionis curam posset agnoscere, ma purtroppo non trova la cura, nullum medicinae solatium. Richeiro di Reims, nella sua Historia narra dell’incontro, nell'anno 946, presso la corte di Francia tra il vescovo di Amiens, Deroldo, esperto di medicina, e un medico salernitano e delle discussioni scientifiche in cui i due dotti amavano confrontarsi alla presenza dei sovrani. Il medico francese risultò dotato di una più precisa preparazione teorica, mentre quello salernitano più esperto nella rapida soluzione pratica di ogni quesito. La disputa tra i due medici, al di là di ogni aspetto leggendario, ha il significato del confronto tra due scuole diverse: più scientifica quella francese, più pragmatica quella di Salerno.
L'attenzione per la scienza medica salernitana nella letteratura franca è ancora dimostrata da Ugo di Flavigny (1065 - 1140) che nel suo Chronicon racconta del viaggio del vescovo di Verdun, Adalberone, venuto a Salerno, nell'anno 984, per consultare i famosi medici della scuola salernitana.
Sono testimonianze preziose che confermano che già dal X secolo a Salerno fiorivano gli studi di medicina ed erano attive scuole tenute da medici di grande prestigio, come potrebbe essere proprio l’archiatra della leggenda di Trofimena.
Le prime tracce di letteratura medica, pervenute in raccolte miscellanee di scritti di terapia e patologia strettamente collegati alla tradizione classica e tardoantica, appartengono al secolo XI. Sono opere di compilazione, di incerta attribuzione, che si basano sulla conoscenza di alcuni trattati pratici e farmacologici di Galeno, sulle dottrine umorali ippocratico-galeniche, sulle opere di Plinio, Apuleio, Dioscoride, Celio Aureliano, Teodoro Prisciano, Paolo di Egina , Alessandro di Tralles ed altri.
Si tratta, per lo più, di manuali utili all’insegnamento, scritti con un interesse prevalentemente pratico, piuttosto che speculativo, e propongono rimedi tratti dallo studio delle fonti e dalla esperienza pratica.
A questo periodo appartiene l’opera di Alfano (1010-1085), grecista e latinista, come ogni prelato del suo tempo, tradusse in latino dal greco il trattato di Nemesio di Emesa sulla Natura dell’uomo e fu autore dei testi De quattuor umoribus, un lavoro clinico terapeutico sulle alterazioni degli umori, sulla sintomatologia, sulle terapie e sullo studio dei semplici vegetali, e De pulsibus, ripreso dagli scritti di Galeno.
Suoi contemporanei furono Garioponto, Trotula e Petroncello
Garioponto fu autore del Passionario, una compilazione in sette libri delle opere di Galeno e di altri autori greci e bizantini. In ben 251 capitoli vengono sistematicamente descritte le affezioni del corpo umano e i loro rimedi, tratti dal mondo vegetale.
Trotula o Trocta, personaggio di incerta identità, identificata come appartenente ad un’antica famiglia salernitana De Ruggero e moglie del celebre medico Giovanni Plateario il Vecchio, fu autrice di un trattato sulle malattie delle donne: De mulierum passionibus in cui ogni aspetto della vita femminile viene attentamente preso in considerazione, la malattia, la maternità, il parto, l'allevamento dei figli, l'aspetto fisico: il corpo femminile viene analizzato nella sua interezza e complessità, in una dimensione globale. L'aspetto fisico assume,infatti, nell'opera di Trotula un ruolo determinante per la salute della donna. L'autrice sa bene quanto sia importante sentirsi belle e gradevoli; il corpo è comunicazione ed attrazione, é luogo della sessualità, la sua cura contribuisce in modo determinante al benessere psico- fisico di ogni donna. Trocta non trascura pertanto neppure la cosmetica – fu autrice anche di un’opera specifica, De Ornatu - ed è prodiga di consigli relativi a quanto possa servire a sottolineare ed esaltare la bellezza o a mascherare sapientemente piccoli difetti con unguenti, balsami, profumi e tinture ricavati dal mondo vegetale.
“se vuoi rendere roseo il viso, prendi radice di viticella , mondale dopo averla sminuzzata, falla seccare. Ricavane poi della polvere che stemperai in acqua di rose e spalmerai sul viso con bambagia o un panno di lino, otterrai così un colorito roseo….Per le rughe del viso,
invece, prendi un gladiolo, cavane il succo e con questo succo spalmati mattina e sera il viso: la pelle sarà sollevata e si screpolerà. Le screpolature poi, le si elimina col suddetto unguento, cui verrà aggiunta radice di giglio, asportando dalla pelle ogni impurità si che, netta e lavata appaia fine…..Se si vuol far diventare rosse le labbra, si dovrà strofinarle con la parte esterna della corteccia di noce……il colore artificiale ecco come dovrà essere preparato: prendi erba marina,….falla bollire in un recipiente di terra-cotta nuova con l’albume finchè non sarà ridotta ad un terzo. Al momento della colatura aggiungi bresilio tagliato a pezzetti e fai bollire e di nuovo raffreddare ……Quando sarà ora, aggiungi dell’albume, riponi il tutto in un’ampolla d’oro o di vetro e serva per l’uso..”
Petroncello, infine, fu autore di una Pratica: un manuale pratico, didascalico con la descrizione, in 150 capitoli, delle malattie a capite ad calcem.

Alla fase cassinese di Alfano seguì la fase più internazionale di Costantino, che nel 1077 aprì alla cultura araba quella Salerno che politicamente, con la strenua difesa dei suoi principi longobardi, era sempre riuscita ad evitare una qualsiasi ingerenza degli arabi.
Costantino Africano, un musulmano proveniente dalla Tunisia, compì lunghi viaggi in Oriente, fino alla lontana Baghdàd, giunse a Salerno dove entrò in contatto con un cappellano della corte ducale di Salerno, fratello del principe Gisulfo. In occasione di un secondo suo soggiorno in Salerno conobbe il vescovo Alfano, che lo convertì al Cristianesimo e, forse, lo spinse a tradurre le opere arabe, come lui aveva tradotto dal greco. Costantino si ritirò nell’abbazia di Montecassino e si dedicò ad una cospicua opera di traduzione di buona parte dei testi arabi che compendiavano la scienza medica degli antichi, di quella classicità greca che sarebbe giunta all’Occidente proprio attraverso il filtro degli arabi. Fu egli stesso autore di numerose opere mediche, molte delle quali di incerta attribuzione.
Tradusse gli scritti attribuiti a Issak Judaeus medico arabo di religione ebraica, egiziano, il cui nome arabo è Ishàq al-Israili : Liber de definitionibus, Liber de elementis, Liber dietarum universalium, Liber dietarum particularium, Liber de urinis, Liber de febribus. Tradusse di ‘Ali ibn ‘Abbàs al-Magiusi, medico di corte del principe buwaide di Persia, intitolato in arabo Libro dell’ arte medica, e nella versione latina Pentechne, chiamato anche Liber regius. Attinse dall’opera del medico magrebino Ibn al-Giazzàr, il Viaticum.
Egli inoltre si attribuì anche i Libri duo de melancholia, probabilmente scritti da un medico iracheno, Ishàq ibn ‘Imràn e i “Dieci capitoli sull’occhio” del celebre Hunain ibn Ishàq.
Di Ippocrate tradusse gli Aforismi, i Pronostici e il Trattato sulle malattie acute, tutti con i commenti di Galeno, di cui aveva tradotto l’Ars parva ed altri trattati.
Le sue opere furono elencate da Pietro Diacono, tra cui il De Anatomia, la Practica, la Cyrurgia, il De Ginecia il De Gradibus, che hanno alimentato a lungo la disputa tra gli studiosi sul loro essere opere originali o plagi.
La conoscenza di trattati e tecniche della medicina araba, grazie al lavoro di Costantino, ebbero una fondamentale importanza nello sviluppo futuro della Scuola Medica Salernitana.
Nel secolo XII, infatti, con il diffondersi dei testi arabi tradotti da Costantino, l’incremento degli scambi commerciali con la Spagna, l’Africa, la Terrasanta, la diffusa pratica medica incrementata anche dai pellegrini e dai feriti reduci dalle Crociate, il fulgore della scuola di Salerno raggiunse il punto culminante. La ricca letteratura medica produsse scritti sulle febbri, sulle diede, sui polsi e su numerose altre specifiche questioni di medicina. Primi esempi sono il “Liber aureus “ di Giovanni Afflacio, discepolo di Costantino e la Practica di maestro Bartolomeo,al quale si deve un considerevole contributo allo sviluppo della Scuola ed al suo avvicinarsi a una visione più strettamente scientifica e filosofica della medicina. Il maestro dimostra di avere gran conoscenza della filosofia aristotelica, forse attinta direttamente dai testi greci, e dimestichezza con problemi filosofici basilari, come quello della collocazione della medicina nel sistema delle scienze e della sua identificazione con la filosofia naturale.
“La medicina pratica si divide in due parti: la scienza che conserva la salute e quella che cura la malattia. La scienza che conserva la salute è stata molto coltivata dai medici antichi, dal momento che conservare la salute è cosa che si può fare meglio e con più certezza che non ripristinare la salute, una volta che è andata perduta. La scienza che cura la malattia si divide in tre parti: conoscenza delle malattie, conoscenza delle condizioni morbose da cui derivano le malattie, conoscenza di come e dove si deve intervenire per curare le malattie.”
I maestri del XII secolo non sembrano assecondare pedissequamente le fonti classiche, ma l’evoluzione degli studi di questo periodo è segnalata proprio da un rapporto più critico con le citazioni e le raccolte precedenti. Di qui il passaggio dalla compedium, pura e semplice rassegna di norme e principi medici, al commentarium che è invece rielaborazione critica di modelli arricchiti da osservazioni e glosse, ed insieme revisione dettata da nuove esperienze. Infatti questioni filosofiche e teoretiche e la conoscenza della dottrina aristotelica sono al centro delle opere dei maestri della seconda metà del secolo XII. Ciò ha fatto attribuire alla Scuola un ruolo importante nella divulgazione dell’aristotelismo e nell’uso della logica scolastica.
L’intento pratico e la finalità didattica sono, comunque, sempre presenti: Niccolò scrisse l’Antidotarium - un prontuario farmacologico da collocare tra le opere post costantiniane per le influenze della medicina araba in esso frequenti nell’esposizione delle proprietà e delle diverse composizioni degli antidoti – perché “…rogatus a quibusdam in pratica medicine….”;Cofone aveva appreso i concetti del suo De modo medendi da un altro Cofone “…a Cophonis ore…”; Maestro Salerno scrisse il suo Compendium “…communi utilitate sociorum deserviens…”; Giovanni Plateario, Maestro Salerno e Cofone si rivolgono nei loro scritti ai Socii Dilectissimi, termine che sta probabilmente a indicare i discepoli. Ciò ha fatto ipotizzare l’esistenza di una vera e propria Societas fra maestri e studenti, da intendersi come organismi spontanei e non un’organizzazione istituzionalizzata.
Tra i numerosi scritti di terapia prodotti in questo periodo va citato il Compendium, in cui l’autore, Maestro Salerno, indica come avvalersi in terapia dell’uso delle erbe, che, nelle Tabulae poste in appendice al trattato, classifica e raggruppa secondo le loro similari virtù rendendo così agevole ai medici la loro pratica applicazione. La schematica precisione in base alla quale ad ogni tipo di affezione corrisponde una lista di rimedi per lo più reperibili in zona e meno costosi di altri consigliati dagli antichi, ma, di più difficile reperimento, costituisce il pregio maggiore dell’opera. Nicolò, Maestro Ferrario, Giovanni Plateario, Petronio, Archimatteo sono ancora autori della feconda letteratura medica salernitana di questo periodo, che attestano l-avviarsi della medicina salernitana verso il metodo scolastico.
La farmacologia e la terapia dei maestri salernitani si avvaleva essenzialmente dei semplici vegetali, dei quali erano profondi conoscitori ed abili nella loro manipolazione. Questa esperienza si manifesta nell’elaborazione di trattati in cui le erbe vengono scientificamente indagate e classificate in base alla loro proprietà medicamentose, diversamente combinate e dosate secondo le varie applicazione terapeutiche . Dynamidia, Antidotaria, Tabellae, hanno lo scopo di rendere agevole e chiara la pratica applicazione dei rimedi. L’opera fondamentale della botanica medicinale medioevale è il “Circa Instans,” attribuita al maestro salernitano Matteo Plateario, che ha desunto il proprio titolo dalle prime parole del prologo “Circa instans negocium in simplicibus nostrum versatur propositum…”. Partendo da una dettagliata descrizione di circa 500 piante, l’autore passa alla determinazione delle varie specie, identificandone alcune fino ad allora sconosciute e definendone per ognuna l’origine geografica, la denominazione greca e latina, in alcuni casi anche quella volgare. Alla base dell’opera è il De materia medica di Dioscoride, testo che, diffondendosi in Italia, fu tradotto in latino e dopo il IV secolo si fuse con l’Erbarium dello Pseudo-Apuleio.
Il Circa Instans costituì un prototipo per tutto un filone di enciclopedie di Semplici e delle loro virtù che andò sotto il nome di Secreta Salernitana di cui edizioni illustrate si sono avute solo dal secolo XIV.
Sull’esperienza delle opere di botanica medicinale di Matteo Plateario e sulla vasta produzione dei Secreta Salernitana si collocheranno nel secolo successivo le Pandectae Medicinae di Matteo Silvatico in cui con l’attenta classificazione scientifica del botanico collezionista vengono accuratamente catalogate le piante medicinali: 721 capitoli di cui 487 dedicati alle piante 157 ai minerali, 14 agli animali, 3 ai semplici non definiti in cui la descrizione di ogni pianta viene completata da notazioni personali derivanti dall’esperienza personale dell’erborista che gli consente di arricchire o correggere le cognizioni desunte dai testi degli autori classici.
L’Opus Pandectarum Medicinae fu completato da Matteo Silvatico (1285 - 1342) nel 1317 e dedicato a Roberto d’Angiò, re di Napoli, dal quale ebbe l’incarico di costruire due orti botanici uno in Castel Nuovo a Napoli e un altro a Salerno per servire i maestri della Scuola Medica. La prima edizione fu stampata a Napoli nel 1474.
L’approccio pragmatico della medicina salernitana, l’abitudine all’osservazione dei sintomi nell’individuazione dello stato patologico ha dato luogo ad una fiorente produzione di studi sull’ispezione delle urine.
L’indagine uroscopia, già utilizzata nella medicina ippocratica e galenica, ha presso la Scuola un carattere fondamentale in campo semiologico. Si osserva il colore, la quantità, i sedimenti delle urine secondo le varie malattie, si saggia l’urina con il tatto, valutandone la consistenza del sedimento tra i polpastrelli delle dita, con l’olfatto e con il gusto, assaggiadone una goccia sulla punta della lingua. In tutta la trattatistica salernitana si trova un costante riferimento a tale pratica, ma sono Mauro, Urso di Calabria e Egidio di Corbeil gli autori più significativi di testi specifici su quest’argomento, rivelatisi basilari e largamente diffusi.
Nel “De Urinis” Mauro dà tutte le indicazioni per un corretto esame uroscopico. Oltre al colore del sedimento, il medico, nella matula – un vaso con il collo largo – osserva anche le quattro sezioni di urina corrispondenti alle parti del corpo umano. Lo corona corrisponde ai membra animata, tra cui il cervello, la superficie ai membra spiritualia, cuore e polmoni, la sostanza ai membra nutritionis, tra cui il fegato, il fondo agli organi inferiori, tra cui i reni.
Anche Urso di Calabria, figura centrale nel panorama culturale salernitano, dà il suo contributo all’argomento col trattato De Urinis. Il francese Egidio di Corbeil, infine, dopo aver studiato a Salerno si stabilisce a Parigi, dove diffonde la dottrina salernitana sulle urine. Nel suo libro, De Urinis, adottato fino al sec. XVIII nelle scuole di medicina dell’Europa, enumera venti tipi di colori delle urine, considerati in rapporto alle diverse malattie, descrive le sostanze contenute nelle urine, sulle quali basare una precisa diagnosi. Egidio, nel suo De Laudibus et Virtutibus Compositorum Medicaminum, esalta la figura e l’opera di Mauro e dichiara di aver attinto da lui tutta la dottrina in questo campo.
Anche la chirurgia, in quest’epoca, comincia a rientrare nelle pratiche dei medici di Salerno, pienamente riconosciuta nella sua valenza medica; Ruggero da Frugardo e Rolando da Parma furono i primi autori che se occuparono in maniera sistematica. L’anatomia veniva studiata sui testi, ma praticata, in questa fase, solo sugli animali: Cofone il giovane scrisse un trattato sull’anatomia del porco. Vero vanto della Scuola di Salerno fu la medicina e chirurgia oculistica, branca di derivazione araba, di cui furono esponenti di spicco Benvenuto Grafeo, autore di una Pratica oculorum e Davide Armenio, autore del Liber pro sanitate oculorum: testi su cui si baserà tutta la dottrina oftalmoiatrica successiva.

Gli insegnamenti della Scuola hanno avuto grande diffusione grazie al Regimen Sanitatis Salernitanum, conosciuto anche come Flos medicinae Salerni. E’ un’opera scritta a più mani, frutto della consuetudine popolare la cui origine non è ben determinata. Fu commentata nel sec. XIII dal medico spagnolo Arnaldo da Villanova ed è andata ampliandosi nel tempo tanto che i 362 versi della prima edizione a stampa del 1479 diventarono circa 3520 nelle ultime edizioni. La dedica del poema varia nelle diverse edizioni, rendendone, in tal modo, complessa la datazione: talvolta ne è indicato come destinatario un Anglorum Regi, forse Roberto di Normandia, altre volte un Francorum Regi. In realtà il nucleo originario è sicuramente più antico, negli scritti di Trotula, Plateario e Niccolò si ritrovano, infatti, citazioni del Regimen. Scritto in versi in modo da poter essere ricordato facilmente, contiene rimedi e consigli per preservare la salute uniformando la condotta di vita ai ritmi naturali del proprio ambiente e del proprio organismo: dieta rigorosa, passeggiate, riposo e misura nel gestire se stesso:
“…se vuoi star bene, se vuoi vivere sano,/ scaccia i gravi pensieri,l’adirarti ritieni dannoso. / Bevi poco, mangia sobriamente; non ti sia inutile/l’alzarti dopo pranzo; fuggi il sonno del meriggio;non trattenere l’urina, né comprimere a lungo il ventre;/ se questi precetti fedelmente osserverai, tu lungo tempo vivrai./ Se ti mancano i medici, siano per te medici/ queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la moderata/dieta…”

La medicina salernitana, che nel corso del XII secolo aveva contribuito alla diffusione della filosofia aristotelica e al recupero del rapporto tra medicina e filosofia, contribuì anche allo sviluppo dell’insegnamento incentrato sul commento di testi autorevoli e motivato dall’interesse per questioni filosofiche e teoretiche. L’uso del termine Phisicus, che ora appare spesso usato al posto di Medicus e che in greco indicava lo studente di scienze e filosofia naturale, sottolinea lo stretto legame che in questo momento si definì fra medicina e filosofia. Alla fine del sec. XII Maestro Mauro operò su un gruppo di testi classici costituiti dall’Isagoge di Johannitius nella traduzione di Costantino, dagli Aforismi e dai Pronostici di Ippocrate, dal De Urinis di Teofilo, dal De Pulsibus di Filerete e dall’Ars Parva di Galeno. Tale corpus venne adottato dal sec. XIII in poi come manuale d’insegnamento prima a Salerno, poi a Napoli e poi a Parigi. Nel XIII – XIV secolo esso viene stampato col nome di Articella, costituendo la base d’insegnamento medico fino al XVIII secolo. Questo gruppo di testi nell’ambito dell’insegnamento salernitano fu oggetto di studio e di commento fin dalla seconda metà del XII: nel Codice 24 della Biblioteca di Winchester è riportata la lezione del Maestro Bartolomeo basata su cinque dei sei testi dell’Articella, raccolti dal suo allievo Pietro Musandino.
**********
Il grande fiorire di studi di medicina a Salerno era al massimo del suo fulgore mentre si andavano sviluppando gli studi di diritto a Bologna, di teologia a Parigi e di medicina a Montpellier, ma solo agli inizi del Duecento iniziarono le vere e proprie istituzioni universitarie a Salerno. Il culmine dell’attività scientifica si raggiunse prima del sorgere delle istituzioni accademiche, nel XIII secolo, infatti, il clima culturale dei secoli precedenti andava perdendo il suo smalto, la stessa scuola medica non riusciva a tenere il passo con i tempi.
Il riconoscimento legale della Scuola di Salerno si ebbe con le Costituzioni di Melfi, emanate da Federico II nel 1231. L’art. 45 del III libro del corpus federiciano stabiliva l’obbligo, per gli aspiranti medici, di sostenere un esame pubblico presso i maestri di Salerno. La licenza ad esercitare la professione veniva rilasciata dall’imperatore e non dalla scuola, i cui maestri formavano la commissione esaminatrice, ma non costituivano un collegio. Bisognerà aspettare per questa istituzione il secolo XV.
Il passaggio da scuole private ad una scuola intesa come istituzione ben delineata e codificata, non avvenne, così come era accaduto in altre città, in modo spontaneo, come iniziativa di una corporazione di studenti e maestri, ma, pur esistendone tutte le premesse, questo importante passaggio dovette avvenire con l’intervento del potere centrale. Federico II fece ciò che la società civile non era riuscita, garantendo in tal modo la continuazione della scuola in un momento in cui questa faticava a mantenere il ruolo di prestigio dei secoli precedenti, sopravanzata da altre realtà emergenti come Parigi e Montpellier. D’altra parte la Scuola risentiva dell’affanno in cui si trovava tutto il mezzogiorno, al centro dei traffici mediterranei in cui i mercanti di Amalfi, di Bari e di Gaeta erano stati ampiamente sovrastati dai Marsigliesi e Catalani.
Federico II dedicò grande attenzione alla salute pubblica e all’insegnamento medico ed emanò anche norme relative al piano di studi:”…stabiliamo che nessuno possa studiare la scienza medica se prima non avrà studiato la logica almeno per un triennio. Dopo il triennio…potrà procedere nello studio della medicina, nella quale dovrà studiare per un quinquennio. Durante il periodo predetto apprenda anche la chirurgia, che è parte della medicina…” In queste disposizioni è indicato anche l’obbligo di studiare l’anatomia, che a Salerno, già dal XII secolo, si studiava mediante le dissezioni di animali. Con Federico si avviò la pratica delle autopsie dei cadaveri umani a scopo didattico.
Nel 1252 la scuola ricevette la qualifica ufficiale di Studium da Corrado II di Svevia, che tentò anche di aggregarvi l’università di Napoli fondata dal padre nel 1224, ma nel 1258 Manfredi ripristinò lo stato precedente.
L’evoluzione istituzionale della Scuola, tuttavia, non servì a colmare la distanza che si era andata creando dalle altre scuole di medicina; a partire dal secolo XIV, allorquando il centro del potere e dell'elaborazione culturale si spostò dal Mediterraneo al cuore dell'Europa, la Scuola Salernitana, perse definitivamente la sua funzione trainante, di grande richiamo internazionale, entrando in una nuova, lunga fase di stagnazione e decadimento.

Maria Pasca




Nota Bibliografica

- S. De Renzi, Collectio Salernitana, 1852-59, IV
- S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica Salernitana, Napoli,1857
- P. Giocosa, Magistri salernitani nondum editi. Catalogo ragionato della esposizione di storia della medicina aperta in Torino nel 1898. Torino,1901
- L.Cassese, La Societas medicorum di Salerno e i trattati di medicina dei secoli XI-XIII, Salerno,1950
- A.Sinno, Vicende della Scuola e dell' Almo Collegio Salernitano. Maestri finora ignorati, Salerno,1950
- Trotula e la malattie delle donne, a cura di P. Cavallo Boggi, Torino, 1979.
- Regimen Sanitatis Flos Medicinae Scholae Salerni. Trad. e note di A.Sinno. Salerno,1979
- P.O.Kristeller, La Scuola Medica di Salerno secondo ricerche e scoperte recenti, Salerno,1980
- P.O.Kristeller, Studi sulla Scuola Medica Salernitana, Napoli,1986
- A.Musi, Stato moderno e professione medica nel Mezzogiorno: la lunga stagnazione della Scuola Medica Salernitana. in "Rassegna storica Salernitana",III(1986) pp.143 -154
- La Scuola Medica Salernitana a cura di M. Pasca. Napoli,1988
- Storia dell’Università di Salerno I a cura di A. Musi, M.Oldoni, A. Placanica, Salerno, 2001
- V.Lasalandra, Le fonti arabe di Costantino l’Africano Comunicazione al convegno La Scuola Medica e la Città.Influenze islamiche ed orientali nella Salerno del Medioevo. Salerno,2002
- O.Zecchino, Medicina e sanità nelle Costituzioni di Federico II di Svevia. Pratola Serra(Av),2002 p.37
- G.Vitolo, La Scuola Medica Salernitana come metafora della storia del Mezzogiorno, in La Scuola Medica Salernitana.Gli autori e i testi. A cura di D. Jacquard e A. Paravicini Baggiani, Firenze,2007 pp.535- 559



Torna su